(Paese della provincia di Reggio Calabria)
L’antichissimo PRECACORE tanto poco nominata, perché
è nata dal dolore di una donna sventurata.Vidi attorno lo squallore, che il
diluvio ha lasciato si sentiva precare il cuore, ed il paese cosi fu chiamato.
Nell’età che non ricordiamo, la leggenda cosi ci dice: c’era la città di SAMO, in
cui si viveva cosi felici. Contava ottantamila la popolazione, sorgeva in una
grande pianura, con il porto nella grande estensione era maestra di
letteratura. I confini segnano le sue mura, che da millenni sono testimoni
sparsi qua e la sopra l’altura, che fa da pianura a queste zone. La VERDE era
il porto principale. Ai GRECI serviva per l’emigrazione, con i LOCRESI invece
si faceva gara uguale per far vincere quelli di CROTONE. Aveva un esercito
potente comandato da NINO MARTINO, i cavalli ferrava al ponente, per non
scoprire il suo cammino. Ricca d’oro e d’argento, con sette oreficerie faceva
stuolo. Di grande e prezioso assortimento, di belle navi pieno era il molo. La
bella SAMO terra di PITAGORA, che ovunque era così potente protetta dal DIO
della buonora che dal cielo veniva sovente, per salutare la felice suora
soffiando entrava da ponente diritto in fondo al mare usciva fuori per
innalzare con acuto dente che solo nel guardarla si tremava. L’ha conosciuta la
perduta gente che sempre fedele gli restava fino al di che L’ONNIPOTENTE
l’orribile fine sentenziava. Della bella città non restò niente, tutto ha
distrutto, solo gli restava una debole donna demente che la triste storia
raccontava dicendo: non posso, mi resto impotente da sette giorni bagnata mi
trovavo, stavo per nutrirmi veniva un serpente, che l’anima mia assai
tormentava. Diceva: che solo io ero penitente, al numero di tutti mancavo e
dovevo essere con loro presente. Non volle cosi la madre natura, perché
intervenne DIO della buonora e mi levò da quella sepoltura: torno in questa
nuova dimora dove mi resta guardare la sventura. Guardavo questo abisso come si
trova, non è altra grande sciagura della città di SAMO nulla si trova. Noi
siamo qui in questa bella altura che la grande città pur dominava guardando al
mare si vede la pianura fino ad ACATTI dominava. Qui è di CAMPO queste grandi
mura era il castello che il DUCA abitava, non pensava alla vita futura, questa
disgrazia non se l’aspettava. Del RE
JOFRI è quella grande altura dove sta la reggia e il re comandava, da li
si forma una grande partitura un canale di mare si allungava. Sottostante alla
reggia, addirittura il porto con le navi ormeggiava, e si infilava lungo la
pianura fiancheggiata da roccia il mare stava. SCOTI era il punto dove il mare
girava formando un arco di vera struttura, di fronte a PALECASTRO si fermava,
SELLARO faceva di magistratura dall’altra parte ZIA MULIA guardava. Il fratello
SCAPPERRONE che fumava con grande soggezione nella gente confusione. Con il suo
destro il mare abbracciava, con il sinistro i monti custodiva, diritto al padre
CAMPO guardava, alla sua sposa ZOPARTO finiva. Per entrare in piazza dove
abitava la figliuola sua CASTELLA FELINA, che di bellezza nessuna pareggiava.
Compagna affettuosa della regina, in piazza CALAMACI passeggiava dove la reggia
gli era vicina, con bei garbi sempre accompagnava la figlia del re, JOFRINA.
Guardate dissero: SERRO GRANDE e RODINI dove l’oro e l’argento si lavorava, che
il grande FARAONE le definì opere d’arte e spesso li comprava per regalarli. Ma
il sogno suo svanì quando vide VENERE li che abitava e passeggiava per andare a
SCOTI. Con la VERDE, compagna si affiancava la DEA DELL’AMORE dove fini quando
la bella SAMO visitava per rendersi conto se JOFRI fosse li il padre, amante
suo che tanto amava. Acquisto faceva di
cose belle e preziose: d’oro le scarpe e sandali d’argento portava e si copriva
tutta di gioielli che nel guardarla ognuno s’innamorava. Visita faceva alla
bella CASTELLA FELINA che al grande EMPORIO l’accompagnava fino a NATARALLEO e lì
vicino c’era PALECASTRO che recitava una commedia d’amore, poverina, per lei
non vi fu vita più paga di quella triste notte di rovina, che la divise in due
e restò maga. Le belle dame si sono accompagnate alla regina che a nome
castello si chiamava presente vi era la figlia JOFRINA. Al re JOFRI la DEA si
presentava dicendo che la sorte sua era vicina. Alla bella SAMO legata restava,
ma il re non capi quell’indovino pensava che di altro si parlava. Volle
invitarla a pranzo quella mattina ma VENERE di casa sua non si spostava se non
per fare elogio alla regina ed a CASTELLA FELINA che l’accompagnava. Ha voluto
riunire nella reggia i più alti ed elevati personaggi, di ogni cosa la mensa
non scarseggiava di vini preziosi e squisiti formaggi. Per primo si presentò il
gran generale NINO MARTINO con la sua LITRE è venuto un condottiero eccezionale
d’intelligenza e di mestiere astuto. A sua volta venne il grande ammiraglio
comandante della flotta il GRAN SENTONE faceva impareggiabile bersaglio, colpiva
in un solo occhio il suo cenno. E’
arrivato con il suo fumo in testa il grande e potente SCAPPERRONE guai a quello
che lo molesta con un calcio lo butto in un burrone. Il DUCA CAMPO è pure
intervenuto con la sua bella sposa RUNGIA d’ogni cosa per lui si è provveduto
di dolci che lui non rinuncia. Ecco arriva si vede la vessosa e bella
FERRUZZANO che del sovrano chiede va incontro e gli porge la mano. Venne il
vecchio CAMPOLOCO ricco e potente con un gran bastone comandava a quella povera
gente che a tutti faceva compassione. Il saggio SELLARO e il benvenuto della
sua magistratura è circondato di bell’aspetto un poco panciuto imputa serietà
ha dimostrato. La bella e simpatica MULIA si presentò con il suo caro amato a
tutti ispirava simpatia vedendo CURCURUZZO innamorato. Monsier NATARALLEO
grande condottiero che con i GRECI ha tanto combattuto alla città di TROIA è
stato un bel guerriero ha vinto sempre è non ha mai perduto. La bella SERRO
GRANDE e RODINI ha portato con se un gran tesoro, panorama ricco di sette oreficerie piene tutte di argento e d’oro.
Venne la volta di SCOTI dove c’era il grande molo che lui stesso costruì senza
nessun duolo. Arriva cantando la grandiosa VERDE che nell’entrare ognuno si
guardava, sembrava che in se tutta si perde, arrivata da SAN VENERE si
abbracciava. Era al completo il grande banchetto dove le vivande dalla porta si
incominciava si serviva al suon del clarinetto chi più poteva più mangiava,
sembrava un delirio perfetto, di gioia, di allegria, si cantava senza che in
nessuno c’era sospetto della triste disgrazia che si preparava. Il re JOFRI di
persona fu costretto a fare il suo brindisi mentre tuonava e lampeggiava cosi
maledetto che sicuri nella reggia non si stava. Quello che poco prima era
predetto, ecco che ad un colpo si avverava, era già firmato il triste verdetto.
La fine della bella SAMO già suonava, sette giorni durò quell’uragano sette
notti tristi e dolorosi, tutti sconvolti restavano le rocce di quel piano al
mare le portò tutte fangose. Queste cose ci raccontava la donna che restò dalla
rovina, della bella SAMO ancora baciava la terra che rimase meschina. Dicendo:
aimè! MI CREPA IL CUORE nel pensare la città di SAMO io muoio dal grande dolore
perché TANTO, TANTO, L’AMO.
BRANCATISANO NATALINA
III C CUCINA